lunedì 20 novembre 2017

Le foreste (Louise Erdrich)

Rousseau-incantatrice-di-serpenti

C’è stato un tempo in cui le tue carezze bastavano a coprirmi.
Ora, fra questi alberi, sono diversa.
Ora indosso la foresta.
Vesto un copricapo fatto di rametti intrecciati e lo assicuro.
Mi lego addosso un’egida di corteccia graffiata.
Adatto alle mie mani le ampie foglie dell’acero,come guanti insanguinati.
Ora, quando dico vieni e tu entri nella foresta
andando a caccia di una creatura simile alla donna che ero,
io ti circondo. La radura sanguina di luce. Le radici si sollevano.
Figure scanalate bruciano azzurre nella luce del tramonto,
e anche tu conosci la solitudine che il tuo corpo mi ha insegnato.
Quando ti corichi nella fossa di un albero abbattuto,
io mi distendo su di te, come ho sempre fatto.
Questa volta non te ne andrai.

giovedì 16 novembre 2017

Guardando un albero (Paul Klee)

Paesaggio con uccelli gialli, Paul Klee, 1923


lunedì 13 novembre 2017

Nuda (Daìta Martinez)



dilata
le acque
l’infanzia delle mani

e { nuda }

si apre
una foglia
di gabbiani.

: un soffio di pietra, le ali :



(Video di Maria Corporal)

Versione inglese: { naked } ,
Versione francese: { nue } ,


giovedì 9 novembre 2017

Sette haiku d'autunno (Antonio Sacco)



Vento d’autunno –
è stato un buon amico
il vecchio melo

*

Trambusto urbano:
tra i rami nudi flebile
un cinguettio

*

Foglie d’autunno:
per ogni sfumatura
un sentimento

*

Un fico spoglio –
solo pochi notano
l’ombra che traccia

*
Invaiatura:
tutto sembra cambiare
in questo autunno

*

Gli alberi nudi,
gli acini di uva fragola
sempre più rossi

*

Di nuovo autunno:
nascono altri colori
da foglie morte




lunedì 6 novembre 2017

Tra le foglie (Márcia Theóphilo)





Tra le foglie from Maria Korporal on Vimeo.

Fumo e grigiore negli occhi,
la macchina emette il suo ultimo suono.
Saltano spaventati dagli alberi i macachi
perché tanto rumore? È morta
nemmeno un seme la farà rinascere
ancora lontana è la città
mancano molte lune...
il verde è la sua morte
coperta di verde, tra nugoli d’insetti
nel buio della notte
animale illuminato,
la macchina
mette radici tra le foglie.


Videopoesia di Maria Corporal


lunedì 30 ottobre 2017

Il Glicine (Pier Paolo Pasolini)


... e intanto era aprile,
e il glicine era qui, a rifiorire.

Prepotente, feroce
rinasci, e di colpo, in una notte, copri
un’intera parete appena alzata, il muro
principesco di un ocra
screpolato al nuovo sole che lo cuoce ...
E basti tu, col tuo profumo, oscuro,
caduco rampicante, a farmi puro
di storia come un verme, come un monaco:
e non lo voglio, mi rivolto – arido
nella mia nuova rabbia,
a puntellare lo scrostato intonaco
del mio nuovo edificio.

Tu che brutale ritorni,
non ringiovanito, ma addirittura rinato,
furia della natura, dolcissima,
mi stronchi uomo già stroncato
da una serie di miserabili giorni,
ti sporgi sopra i miei riaperti abissi,
profumi vergine sul mio eclissi,
antica sensualità


da “La religione del mio tempo”
Garzanti 1961



giovedì 26 ottobre 2017

Radio tre: omaggio a Pierluigi Cappello






Argomento del giorno
Terremoto, frattura, limite: omaggio a Pierluigi Cappello

In conduzione Maria Grazia Calandrone
Regia e consulenza musicale di Ennio Speranza

lunedì 23 ottobre 2017

Piove (Pierluigi Cappello)



Piove, e se piovesse per sempre
sarebbe questa tua carezza lunga
che si ferma sul petto, le tempie;
eccoci, luccicante sorella,
nel cerchio del tempo buono, nell’ora indovinata
stiamo noi, due sguardi versati in un corpo,
uno stare senza dimora
che ci fa intangibili, sottili come un sentiero di matita
da me a te né dopo né dove, amore, nello scorrere
quando mi dici guardami bene, guarda:
l’albero è capovolto, la radice è nell’aria.

da “Mandate a dire all’imperatore”, Crocetti Editore, 2010

giovedì 19 ottobre 2017

Agli dèi della mattina (Franco Fortini)



Il vento scuote allori e pini.
Ai vetri, giù acqua.
Tra fumi e luci la costa la vedi a tratti,
poi nulla.
La mattinata si affina nella stanza tranquilla.
Un filo di musica rock, le matite, le carte.
Sono felice della pioggia.
O dèi inesistenti,
proteggete l'idillio, vi prego.
E che altro potete,
o dèi dell'autunno indulgenti dormenti,
meste di frasche le tempie?
Come maestosi quei vostri luminosi cumuli!
Quante ansiose formiche nell'ombra!

[da Questo muro]

(Fotografia dal web)

lunedì 16 ottobre 2017

Cedrus atlantica (Vivian Lamarque)




Preventivo per abbattimento
con ausilio di scala cingolata
che fortuna non assisterai
era come tuo da metà Novecento
l’albero, le sue aghiformi braccia
ti entravano nel balcone quasi
in casa, per non dire del luttuoso
giorno in cui ti trattennero,
ti impedirono il disperato salto.
Ma ormai fantasma il salto, fantasma
il motivo del salto e la sua origine,
fantasma la notizia, fantasma chi dovette
dartela, fantasma chi ti consolò,
fantasma chi per primo ti chiamò
vedova, fantasma lui il giovanissimo
coniuge tra i più biondi e belli
a spasso nel regno dei cieli, fantasmi
i cieli, fantasma tutto, ogni accadimento,
ogni ricordo di ricordo di accadimento,
ogni poesia di accadimento?


da Madre d'inverno, Mondadori, 2016

lunedì 9 ottobre 2017

Ancora ti crescono le foglie (Marco Ribani)



Ancora ti crescono le foglie intorno al cuore. E sarebbe
autunno cioè quando gli alberi somigliano a scheletri
puntati verso il cielo e spesso si celano tra le tende.
Le foglie son cadute depresse dal ritirarsi della linfa
dei fiori solo l’impronta tra i semi ora dispersi.
Nella scorza si scavano vene verticali preparando
un miracolo d’amore. Viene un cuore verde che pulsa
di viva umidità di sali della terra, di linfe bianche e calde,
per un nuovissimo anello a marcare il nuovo anno


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Si ringrazia il poeta Marco Armando Ribani per aver acconsentito alla pubblicazione del suo testo inedito

giovedì 5 ottobre 2017

nanita - english and italian haiku collection- otata's bookshelf

leggi il libro -read the book

è uscito negli Stati Uniti il n. 21 di Otata di John Martone (30 /09/2017) che lo ha interamente dedicato ai miei haiku; in questa pubblicazione che ha voluto chiamare “nanita” e che sarà disponibile anche in cartaceo. La pubblicazione raccoglie haiku inediti, alcuni già apparsi in riviste o blog e un haibun sempre inedito. I testi sono in lingua italiana e in lingua inglese. La fotografia di copertina è una fotografia personale scattata a Pratolino (Fi). Ringrazio John per l’attenzione che mi ha riservato e mi auguro che potrà piacere ai suoi lettori e naturalmente a voi.
Per la copia cartacea  STORE 
Today, 30 september 2017 in the United States, it’s available the n. 21 of Otata by John Martone who has entirely devoted it to my haiku in a publication that he wanted to call “nanita” (my etherone) and will also be available like paperbook. The publication nanita collects my unpublished haiku (some already appearead in magazines or blog) and an unpublished haibun. The texts are both in Italian and in English. Cover is taken from my personal photo made in Pratolino (Fi). I really want to thank John for the attention he has reserved for me and I hope that his readers and you will enjoy this pubblication.

lunedì 2 ottobre 2017

La misura del mondo (Azzurra D’Agostino)






(l'audiopoesia è tratta dalla raccolta Quando piove ho visto le rane, Valigie Rosse)

In matematica non sono brava.
Perdo il conto delle foglie dei rami
e per le stelle ogni volta ricomincio da capo.
Non riesco a misurare il salto delle cavallette
e non so la formula per il perimetro delle nuvole.
Il calcolo di quanta neve sia caduta mi sfugge
e anche di quanta ne possa reggere un filo d’erba.
La somma dei passi per arrivare al mare non mi riesce
e mi chiedo se per il ritorno devo fare una sottrazione.
Ho diviso il numero dei semi per i frutti
il risultato è una nuova foresta e ne avanza qualcuno.
Se moltiplico le giornate di sole per quelle di pioggia
ottengo più di sette stagioni e non so quante settimane.
La matematica mi confonde.
Come misura del mondo è strana.
Per quanti conti si facciano qualcosa non torna mai pari.
Due finestre fanno una vista? quattro muri sono una casa?
Noi siamo i nostri centimetri, chili, litri? quanto pesa un segreto?
quanto misura una risata? e l’area del cuore come si calcola?



(da La Misura del Mondo, Azzurra D’agostino, Francesca Matteoni, Edizioni Sartoria Utopia
2013, Collana Comulonembi)

lunedì 25 settembre 2017

Alle Cascate di Frazier Creek (Gary Snyder)




In piedi su roccia sollevata, ripiegata
guardando dall’alto –

Il torrente precipita in una valle lontana.
le colline oltre
di fronte, in parte coperte da boschi, aride
– cielo limpido
vento forte nei
duri ciuffi di aghi scintillanti
dei pini – i loro corpi marroni
di tronchi rotondi
diritti, immobili;
rami e ramoscelli fruscianti e tremolanti

ascolta.

Questa terra viva che scorre
è tutto quel che c’è, per sempre

Noi siamo lei
lei canta attraverso noi –

Potremmo vivere su questa Terra
senza vestiti o attrezzi!

lunedì 18 settembre 2017

Per Tutti (Gary Snyder)




Ah vivere
in un mattino a metà settembre
guadare un torrente
a piedi nudi, calzoni rimboccati,
scarponi in mano, zaino in spalla,
sole, ghiaccio nell’acqua bassa,
le rocciose settentrionali.

Mormorii e rilucere di acqua gelida di ruscello
Pietre che girano sotto i piedi, piccole e dure come le dita
naso freddo che gocciola
cantare dentro
musica di ruscello, musica del cuore,
odore di sole sul greto.

Giuro fedeltà

Giuro fedeltà alla terra
dell’Isola della Tartaruga,
e a tutti gli esseri ivi dimoranti
un ecosistema
in diversità
sotto il sole
Con gioiosa compenetrazione per tutti.

Con gioiosa compenetrazione per tutti.

lunedì 11 settembre 2017

La bambina che parlava agli alberi (Valentina Meloni)

illustrazione da un lavoro del maestro Fiore Cagnetti, visita il sito



Qualcuno si chiede se sia mai esista
la bambina che parlava agli alberi

ha nascosto un sogno nella scatola di latta
la lettera è rimasta intatta e il sogno, chi lo sa?

Qualcuno si chiede cosa dicesse
la bambina che parlava agli alberi

un sogno di latta e radici di vento
eccola, fa capolino dietro il tronco.

Qualcuno si chiede se sia mai esistita
la bambina che parlava agli alberi

ho trovato la sua scatola di latta
intatta, sepolta sotto l’albero in giardino

quando l’ho aperta – le mani tremanti –
tutte le parole sono volate fuori…

Un soffio d’autunno come le foglie
dell’ippocastano, anche loro sono andate

lontano, sono appassite nel sogno.
Non c’è più nessuno ad ascoltare

solo l’albero lì fermo ad aspettare…
che spuntino le foglie, che torni, prima o poi

la bambina della scatola di latta,
perché non può essere lei quella che

la tiene in mano se non sa più giocare
se non sa ascoltare, non può essere lei

la bambina che parlava agli alberi
se adesso non ne è più capace…oppure sì?


(Menzione alla seconda edizione Premio Letterario “L’albero di rose”– sezione poesia inedita a tema)

(La poesia è un'anticipazione della raccolta "Alambic" che uscirà a breve)

venerdì 8 settembre 2017

Poesia a strappo Alberi


CIRCOLO POETICO CORRENTI POESIA A STRAPPO ALBERI
SABATO 9 E DOMENICA 10 SETTEMBRE
PORTICATO COMUNALE DI PIAZZA DUOMO CREMA

TABLEAUX POETICI
Durante la manifestazione saranno esposti due Tableaux Poetici dedicati alla Poesia Degli Alberi con una scelta di autori classici italiani e stranieri per testimoniare l’energia creatrice dell’albero nella parola vivente delle poesia.


programma eventi




referente: Alberto Mori 

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durante la manifestazione sarà esposta e strappabile una mia poesia


lunedì 4 settembre 2017

Il silenzio dentro (Gary Snyder)




Senza


il silenzio
della natura
dentro.

il potere dentro.
il potere

fuori.

la via è qualunque cosa passa – senza
fine in sé.

Il fine è,
grazia – semplicità –

guarire,
non salvare.

cantare
la prova

la prova del potere dentro.

lunedì 28 agosto 2017

Tu sei come una terra (Cesare Pavese)


Tu sei come una terra
che nessuno ha mai detto.
Tu non attendi nulla
se non la parola
che sgorgherà dal fondo
come un frutto tra i rami.
C'è un vento che ti giunge.
Cose secche e rimorte
t'ingombrano e vanno nel vento.
Membra e parole antiche.
Tu tremi nell'estate.

29 ottobre 1945

lunedì 21 agosto 2017

Davanti a San Guido (Giosuè Carducci)




I cipressi che a Bólgheri alti e schietti
Van da San Guido in duplice filar,
Quasi in corsa giganti giovinetti
Mi balzarono incontro e mi guardar.

Mi riconobbero, e - Ben torni omai -
Bisbigliaron vèr me co 'l capo chino -
Perché non scendi? perché non ristai?
Fresca è la sera e a te noto il cammino.

Oh sièditi a le nostre ombre odorate
Ove soffia dal mare il maestrale:
Ira non ti serbiam de le sassate
Tue d'una volta: oh, non facean già male!

Nidi portiamo ancor di rusignoli:
Deh perché fuggi rapido così
Le passere la sera intreccian voli
A noi d'intorno ancora. Oh resta qui!

Bei cipressetti, cipressetti miei,
Fedeli amici d'un tempo migliore,
Oh di che cuor con voi mi resterei -
Guardando io rispondeva - oh di che cuore!

Ma, cipressetti miei, lasciatem'ire:
Or non è più quel tempo e quell'età.
Se voi sapeste!... via, non fo per dire,
Ma oggi sono una celebrità.
E so legger di greco e di latino,
E scrivo e scrivo, e ho molte altre virtù;
Non son più, cipressetti, un birichino,
E sassi in specie non ne tiro più.

E massime a le piante. - Un mormorio
Pe' dubitanti vertici ondeggiò,
E il dì cadente con un ghigno pio
Tra i verdi cupi roseo brillò.

Intesi allora che i cipressi e il sole
Una gentil pietade avean di me,
E presto il mormorio si fe' parole:
Ben lo sappiamo: un pover uomo tu se'.

Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse
Che rapisce de gli uomini i sospir,
Come dentro al tuo petto eterne risse
Ardon che tu né sai né puoi lenir.

A le querce ed a noi qui puoi contare
L'umana tua tristezza e il vostro duol;
Vedi come pacato e azzurro è il mare,
Come ridente a lui discende il sol!

E come questo occaso è pien di voli,
Com'è allegro de' passeri il garrire!
A notte canteranno i rusignoli:
Rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;

I rei fantasmi che da' fondi neri
De i cuor vostri battuti dal pensier
Guizzan come da i vostri cimiteri
Putride fiamme innanzi al passegger.

Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,
Che de le grandi querce a l'ombra stan
Ammusando i cavalli e intorno intorno
Tutto è silenzio ne l'ardente pian,

Ti canteremo noi cipressi i cori
Che vanno eterni fra la terra e il cielo:
Da quegli olmi le ninfe usciran fuori
Te ventilando co 'l lor bianco velo;

E Pan l'eterno che su l'erme alture
A quell'ora e ne i pian solingo va
Il dissidio, o mortal, de le tue cure
Ne la diva armonia sommergerà.
Ed io - Lontano, oltre Appennin, m'aspetta
La Tittì - rispondea -; lasciatem'ire.
È la Tittì come una passeretta,
Ma non ha penne per il suo vestire.

E mangia altro che bacche di cipresso;
Né io sono per anche un manzoniano
Che tiri quattro paghe per il lesso.
Addio, cipressi! addio, dolce mio piano!

Che vuoi che diciam dunque al cimitero
Dove la nonna tua sepolta sta? -
E fuggìano, e pareano un corteo nero
Che brontolando in fretta in fretta va.

Di cima al poggio allor, dal cimitero,
Giù de' cipressi per la verde via,
Alta, solenne, vestita di nero
Parvemi riveder nonna Lucia:

La signora Lucia, da la cui bocca,
Tra l'ondeggiar de i candidi capelli,
La favella toscana, ch'è sì sciocca
Nel manzonismo de gli stenterelli,

Canora discendea, co 'l mesto accento
De la Versilia che nel cuor mi sta,
Come da un sirventese del trecento,
Piena di forza e di soavità.

O nonna, o nonna! deh com'era bella
Quand'ero bimbo! ditemela ancor,
Ditela a quest'uom savio la novella
Di lei che cerca il suo perduto amor!

Sette paia di scarpe ho consumate
Di tutto ferro per te ritrovare:
Sette verghe di ferro ho logorate
Per appoggiarmi nel fatale andare:

Sette fiasche di lacrime ho colmate,
Sette lunghi anni, di lacrime amare:
Tu dormi a le mie grida disperate,
E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare.

Deh come bella, o nonna, e come vera
È la novella ancor! Proprio così.
E quello che cercai mattina e sera
Tanti e tanti anni in vano, è forse qui,

Sotto questi cipressi, ove non spero,
Ove non penso di posarmi più:
Forse, nonna, è nel vostro cimitero
Tra quegli altri cipressi ermo là su.

Ansimando fuggìa la vaporiera
Mentr'io così piangeva entro il mio cuore;
E di polledri una leggiadra schiera
Annitrendo correa lieta al rumore.

Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo
Rosso e turchino, non si scomodò:
Tutto quel chiasso ei non degnò d'un guardo
E a brucar serio e lento seguitò

lunedì 14 agosto 2017

Quercia (Eugenio Montale)


Hai dato il mio nome a un albero? Non è poco;
pure non mi rassegno a restar ombra, o tronco,
di un abbandono nel suburbio. Io il tuo
l’ho dato a un fiume, a un lungo incendio, al crudo
gioco della mia sorte, alla fiducia
sovrumana con cui parlasti al rospo
uscito dalla fogna, senza orrore o pietà
o tripudio, al respiro di quel forte
e morbido tuo labbro che riesce,
nominando, a creare; rospo fiore erba scoglio –
quercia pronta a piegarsi su di noi
quando la pioggia spollina i carnosi
petali del trifoglio e il fuoco cresce.

lunedì 7 agosto 2017

Rifugio d’uccelli notturni (Salvatore Quasimodo)



In alto c’è un pino distorto;
sta intento ed ascolta l’abisso
col fusto piegato a balestra.
Rifugio d’uccelli notturni,
nell’ora più alta risuona
d’un battere d’ali veloce.
Ha pure un suo nido il mio cuore
Sospeso nel buio, una voce;
sta pure in ascolto, la notte.

lunedì 31 luglio 2017

Tu non sai (Alda Merini)


Tu non sai: ci sono betulle che di notte
levano le loro radici,
e tu non crederesti mai
che di notte gli alberi camminano
o diventano sogni.
Pensa che in un albero c’è un violino d’amore.
Pensa che un albero cade e ride.
Pensa che un albero sta in un crepaccio
e poi diventa vita.

Te l’ho già detto: i poeti non si redimono,
vanno
lasciati volare tra gli alberi
come usignoli pronti a morire.

lunedì 24 luglio 2017

Il biancospino (Umberto Saba)



Di marzo per la via
della fontana
la siepe s'è svegliata
tutta bianca,
ma non è neve,
quella: è biancospino
tremulo ai primi
soffi del mattino


lunedì 17 luglio 2017

Le poesie sull'albero più lette del 2016


Bejan Matur

Qui trovate le dodici poesie più lette del blog per l'anno 2016. Per leggere la poesia cliccate sul titolo. Naturalmente questa è una statistica numerica che può cambiare moltissimo a seconda di alcune variabili come il giorno della pubblicazione, l'immagine abbinata alla poesia, l'indicizzazione il numero delle condivisioni etc...
Prendete questa statistica come un piccolo indicatore di gusti e per andare a rileggere qualche poesia.
Ho tenuto in considerazione solo le poesie che hanno ricevuto non meno di 600 letture.
In testa alla classifica Bejan Matur, la poetessa curda che racconta i combattenti del Pkk. Il suo libro Guardare dietro la montagna è edito da Poiesis ed è uscito nel 2016. “Oltre le montagne” ha avuto 14 ristampe in Turchia, con decine di migliaia di copie vendute

“Da bambina - ricorda -  non potevo nemmeno scrivere o studiare la mia lingua madre (totalmente diversa da quella turca n.d.r.). Ancora oggi, quando chiamano il mio nome in aeroporto, lo scambiano per straniero, da uomo. Parlo curdo con mia madre”.

Il nostro saluto a Bejan Matur con la bellissima poesia Ogni donna conosce il proprio albero.

Buona lettura e Buone vacanze


POESIA                                                        AUTORE                            LETTURE



Ogni donna conosce il proprio albero     (Bejan Matur)                         1315

L'ombra della magnolia                           (Eugenio Montale)                 1136

Per noi                                                        (Beatrice Niccolai)                   989

Sotto l'albero antico                                  (Akiko Yosano)                        914

Agave                                                          (Primo Levi)                             844

[di cosa altro dire 'mi spiace' ]                 (Stefania Di Lino)                    768

Neve nel bosco                                           (Valentina Meloni)                    695

Versicoli quasi ecologici                            (Giorgio Caproni)                     686

Nel mio giardino                                        (Rachel Bluwstein)                   664

Betulle                                                        (Robert Frost )                           624

Un tempo gli alberi avevano occhi          (Ana Blandiana)                         613

La mia casa è il pianeta Terra                 (Márcia Theóphilo)                    600

lunedì 10 luglio 2017

Madre Terra: Le Sue Balene (Gary Snyder)




Un gufo strizza l’occhio nell’ombra
Una lucertola si alza sulle zampe, la gola palpitante
Un giovane passero allunga il collo,
testa grossa, osserva –

Le erbe al lavoro sotto il sole. Fate che sia verde.
Fate che sia dolce. Perché possiamo mangiare.
Crescere la nostra carne.

Il Brasile dice “utilizzo esclusivo delle Risorse Naturali”
Trentamila specie di piante sconosciute.
Il popolo vivo e vero della giungla
venduto e torturato –
E un robot incravattato che smercia un’illusione chiamata “Brasile”
può parlare per loro?

Le balene si girano lucenti, si immergono
si lasciano andare e riemergono,
Sospese sopra profondità indefinite sempre più scure
Fluenti come pianeti che respirano
in vortici brillanti di
luce viva –

E il Giappone lì a cavillare su
quali specie di balene è lecito ammazzare?
Una nazione dal luminoso passato Buddhista
lì a sbrodolare metilmercurio
come gonorrea
in mare.

Il Cervo di Père David, l’Elaphure,
Viveva nei giuncheti fangosi del Fiume Giallo
Duemila anni fa – e fu sfrattato dal riso –
Le foreste di Lo-yang tagliate, limo e
Sabbia fluiti a valle, tutto già sparito, dal 1200 d.C. –
Le Oche Selvatiche nate in Siberia
vanno a sud sorvolando il bacino dello Yang, dello Huang,
quella che chiamano “Cina”
Su rotte usate da un milione di anni.
Oh Cina, dove sono le tigri, i cinghiali,
le scimmie,
come le nevi d’altri tempi
Spariti nella nebbia, in un lampo, e la terra secca e dura
Fa da parcheggio a cinquantamila camion.
È l’uomo la più preziosa fra tutte le cose?
– e allora amiamolo, con i suoi fratelli, tutti quegli
Esseri viventi che scompaiono –

Nord America, Isola della Tartaruga, conquistata da invasori
guerrafondai del mondo.
Che insorgano formiche, abaloni, lontre, lupi e cervi!
E tolgano i loro doni
alle nazioni robot.

Solidarietà. Il popolo.
Il Popolo Ritto degli Alberi!
Il Popolo che Vola degli Uccelli!
Il Popolo che Nuota del Mare!
Il popolo a quattro gambe, a due gambe!

Come possono scienza-politici mangia-potere teste-di-piombo
Governo due-mondi Capitalista-Imperialista
Terzo-mondo Comunista maschio ammucchia-carte
Non-contadino jet-set burocrati
Parlare per il verde della foglia? Parlare per la terra?

(Ah Margaret Mead… sogni qualche volta Samoa?)

I robot discutono su come lottizzare nostra Madre Terra
Farla durare un po’ più a lungo
come avvoltoi che starnazzano
Ruttando, gorgogliando,
vicino a una Daina morente.
“Laggiù nel prato giace un cavaliere ucciso –
Voliamo su di lui e mangiamo i suoi occhi
trallallero trallallà.”

Un gufo strizza l’occhio nell’ombra
Una lucertola si alza sulle zampe
la gola palpitante
Le balene si girano lucenti
si immergono
Si lasciano andare e riemergono
Fluenti come pianeti che respirano

In vortici brillanti

Di luce viva.

(Stoccolma: Solstizio d’Estate 40072)

*****

(tratto da The Gary Snyder Reader © Gary Snyder 1999,Traduzioni: Etain Addey, Elena Avanzini, Maurizio Castellucci, Alessandro Curti, Jacqueline Fassero, Giuseppe Moretti, Stefano Panzarasa)

lunedì 19 giugno 2017

Quando non piove (Lorenzo Spurio)

Arcimboldo- Flora meretrix
Un poeta è un giardiniere, essere che si prende cura delle parole, le semina, le interra, attende con pazienza la pioggia, spera nel sole, teme il gelo. Ha il suo fazzoletto di terra dove parla a un pubblico di foglie e spera nel vento che le porti altrove, nel viaggio del seme, nel fiore della bellezza. Un poeta che parla al suo giardino e scrive al suo giardino una lettera ha nel suo scrivere ben più d'una speranza. Lo fa Lorenzo Spurio nella sua plaquette Tra gli aranci e la menta dedicata a F. Garcia Lorca, poeta tellurico per eccellenza, e poi continua con la poesia, scrive ancora al giardino (vero) di piante officinali che coltiva con passione e pazienza. Pianta semi di borraggine e attende la nascita del suo germoglio... (nanita)

Pianterò la borragine
un giorno di luce, che non piove.
Cercherò nel seme fino e sperduto
la lanugine che lo arricchirà.
Penso di addolcire l’aria che gira
col verde delle foglie che pendono
e l’odore che arriva di freschezza.
Solo tuo, tu che parti nascendo
nel terreno misto/nella vita che instillo
allorché i petali violacei
agghinderanno il tuo abito d’inverno.
Non s’ha da forzare il tempo dei cicli;
io so che l’aria è motivo d’ossido
nel metallo che s’arriccia a scaglie.
Ecco, allora, che non ha da piovere:
se interro il seme della futura vita
la melma non s’ha da creare
meglio sperare nel sorvolo cauto
di file di nuvole, lunghe come vassoi
dove non appoggi più nulla.
La miscela degli odori si compirà
lì, tra l’abete cagionevole che ancora
tossisce e solerte ingorda lo spazio
e la testa arruffata del timo
che sbalza coi refoli d’aria.
Al limitare del muricciolo,
scacchiera infinita per api,
nelle foglie-coperta rifulgi.
La malva deporrà la corona.

(Poesia tratta da Pareidolia, silloge inedita)

Si ringrazia l'autore per la gentile concessione alla pubblicazione del suo testo inedito.

Pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633 e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore. Poesia protetta dai diritti d'autore.


Arcimboldo- Flora meretrix, particolare 

lunedì 12 giugno 2017

Estate (Pavol Janik)







Il sole picchia sui vetri.
Una canzone martellante ci raggiunge dalla strada.

In un cielo di cellophane
il vapore si condensa.
Delle indiscrezioni vengono riprodotte
dal vento.

Gli alberi sono i primi ad iniziare a parlare
di noi.

(traduzione in italiano di Michela Zanarella)

SUMMER

The sun smashes our windows.
An urgent song reaches us from the street.

On the cellophane sky
steam condenses.
Unconfirmed reports are reproduced
about the wind.

The trees are the first to begin to talk
about the two of us.

(1981)
(Translated into ENGLISH by James Sutherland-Smith)



lunedì 5 giugno 2017

Alberi (Federico García Lorca, 1919)




Alberi,
eravate frecce
cadute dall'azzurro?
Che terribili guerrieri vi scagliarono?
Sono state le stelle?

Le vostre musiche vengono dall'anima degli uccelli,
dagli occhi di Dio,
da una perfetta passione.
Alberi!
Le vostre radici rozze si accorgeranno
del mio cuore sotto terra?

*****************************

Arboles


¡Arboles!
¿Habéis sido flechas
caídas del azul?
¿Qué terribles guerreros os lanzaron?
¿Han sido las estrellas?

Vuestras músicas vienen del alma de los pájaros,
de los ojos de Dios,
de la pasión perfecta.
¡Arboles!
¿Conocerán vuestras raíces toscas
mi corazón en tierra?

da LIBRO DE POEMAS (1918/1920)




mercoledì 31 maggio 2017

Albore (Evgenij Aleksandrovic Evtusenko)


Amo quell'ora in cui il brillio delle stelle è fioco
e respiro infantile a spegnerle è adatto
e il mondo si fa chiaro, a poco a poco
pur se con ciò, non insavisca affatto.

Io più del mattino amo l'albore, quando,
moscerino d'oro confondendo
gli alberi, dai raggi trapassati,
si alzano sulla punta dei piedi.

Amo quell'ora in cui, durante la sgambata,
al vociare di uccelli semidesti, tra i pini,
sul cappello di funghi gridellini
tremola lungo il bordo la rugiada.

Essere un po' a disagio felice senza gente.
Scaltra usanza il celare la propria felicità, ma
fate che si soffermino i felici nell'albore, pure se
dal mattino avrà inizio ogni calamità.

Sono felice che la vita mia come irreale sia
pur tuttavia allegra, coraggiosa realtà,
che invidia non mi diede Dio, né animosità,
che di fango coperto non sono, né di biasimo.

Sono felice che un giorno sarò antenato
di nipoti non più in gabbia. D'essere stato
tradito e calunniato sono felice,
meglio non è quando di te si tace.

Sono felice dell'amore di donne e di compagni,
le loro immagini sono le mie icone.
Che sia ragazza russa la mia sposa sono felice,
di chiudere i miei occhi è degna, ne avrò pace.

Amare la Russia è felicità plurinfelice.
Cucito a lei sono con le mie proprie fibre.
Amo la Russia e il suo potere tutto vorrei amare,
ma ne ho la nausea, vogliatemi scusare.

Amo questo mio mondo verde-azzurro
con le guance imbrattate di sangue.
Irrequieto io stesso. Morirò non per odio,
ma per amore insostenibile dal cuore.

Non ho saputo vivere in modo irreprensibile, da saggio,
ma voi con debito di colpa rammentatevi
il ragazzino con albore di libertà negli occhi,
luminosa più che vivido raggio.

Essere imperfettissimo io sono,
ma, scelta la mia ora preferita - il primo albore,
Dio creerà di nuovo innanzi giorno
gli alberi dai raggi trapassati,
me stesso trapassato dall'amore.


(da"Arrivederci, bandiera rossa")

martedì 23 maggio 2017

È uno scrigno di perfezione – il seme – (Mariangela Gualtieri)


È uno scrigno di perfezione – il seme –
Non tradisce il motto che lo fonda
la legge che gli impone
d’essere un nome solo: orzo
frumento, grano, riso,
un’agitazione di forme che condensa
sapiente il colore e l’aroma.
Il seme è una miccia inesplosa
che pacifica attende.
Una particella che sogna
addormentata. E poi
si slancia scatenata a popolare di sé
tutta la terra ogni crepa e riva
in una gioia d’essersi svegliata.
D’essere qui, caduta sul pianeta
meraviglia.

(da Le giovani parole, Gemma dell'anno prossimo, Einaudi, 2015)

lunedì 15 maggio 2017

Poesie d'amore per un albero (Giovanna Iorio)

fotografia di Giovanna Iorio

Un giorno mi sono innamorata di un albero. Non si può spiegare a chi non l’ha provato. Sono diventata una radice, una foglia, un ramo. È un amore impossibile e bellissimo. Questa è la nostra storia. (Giovanna Iorio)

Chi non crede che ci si possa innamorare di un albero non legga questo libro, non legga questo blog. In questo spazio l'amore per gli alberi è declinato in milioni di versi. Grazie Giovanna per averci mostrato questo sentimento fragile ma potente ...

Quello descritto nei versi di Giovanna Iorio è un amore commovente, un amore impossibile e imperfetto, come solo quello di un essere umano per un albero può essere e perciò tanto più vero. Questa è una poesia che ha il calore delle favole, una poesia materna, di accoglimento del sentimento, quella poesia talmente rara da avvicinarsi così tanto alla verità da spaventare. Esistono sentimenti delicati dei quali sembrerebbe impossibile parlare, eppure, ecco un piccolo miracolo, un germoglio è spuntato all'improvviso sul ramo di un albero. E noi siamo tutto udito. (Valentina)


fotografia Alan Bates

fotografia di Silvia Stucky

fotografia di Giovanna Iorio



Le fotografie all'interno del libro sono di: Silvia Stucky, Hitoshi Shirota, Alan Bates, Patricia Calabria, Giovanna Iorio, Oskar Zapirain, Michele Danesi.Il libro è edito da Albeggi Edizioni





giovedì 4 maggio 2017

Nel mio frutteto (Fabio Strinati)

Henri Rousseau "Il sogno"

La raffica del vento,
soffice,
non vacilla: la zampa del lupo,
come pioggerella,
tra comunelle il cremoso vento.
Il solco nella ruga,
e duole,
e pure un cane ringhioso,
una beccaccia;
nuda, sola, che avanza alla mercè e non scampa:
il cane da caccia,
che stormivano rugiade,
il colpo lordo in canna.
Un salice felice,
vispo, melodioso il vento, focoso il ceppo,
trilla l'armonica;
un rivoletto,
sotto il sole coperto,
benemerito mare, infinitamente,
un'allodola d'oro.
Fuori casa il gatto, lo scricciolo,
la primizia d'una gioia,
scocca la balestra, una cornacchia vostra serva:
nebbia opaca, le perenni nevi severe,
fanciullina con la gonna a malincuore; le tiritere.
Nel mio frutteto,
squisitissima puledra: il giovinetto di creta,
la parlantina d'un balletto;
poca la paglia,
da galantuomo, un'ala di pernice.


( Da Un'allodola ai bordi del pozzo )

lunedì 17 aprile 2017

Ho infilato a un ramo una poesia (Evgenij Aleksandrovič Evtušenko)

Omikuji in kyoto

Ho infilato a un ramo
una poesia,
che lotta
e non si lascia afferrare
dal vento
Mi chiedi:
“Sfilala, non scherzare.”
La gente passa.
Guarda
si stupisce.
L’albero brandisce
la poesia.
Non dobbiamo discutere.
Dobbiamo proseguire
“Ma non te la ricordi”-
È vero però domani te ne scriverò una nuova.
Vale agitarsi per una simile sciocchezza!
Non pesa certo al ramo la poesia.
Te ne scriverò
quante vorrai.
“Per ogni albero-
una poesia!”
Ma più avanti come saremo?
Questo forse presto lo dimenticheremo?
No,
se andando avanti diverrà difficile,
ci sovverrà
di dove,
in piena luce,
un albero brandisce
una poesia,
e sorrideremo:
“Dobbiamo proseguire”

(1955) da “Poesie d’Amore”, Newton Compton, trad. Evelina Pascucci


lunedì 10 aprile 2017

Chiamo la neve come un bambino (Ida Travi)








Chiamo la neve come un bambino, Usov

la neve è un bambino con la testa rossa

è un parente lontano, un orso

Chiamo la neve e lei viene

obbedisce, tutto zittisce, nel nuovo nulla

Sotto il grembiule nero, dorme

la maglia bianca, sotto la cinta di fuoco

brilla il tuo campo nero

là sotto, là sotto…

Dove è caduta la goccia, dove

dal nulla spunta

la candida foglia verde.


(Da "Katrin Saluti dalla casa di nessuno", Moretti&Vitali,  2013)

lunedì 3 aprile 2017

Le piccole piante (Franco Fortini)







Le piccole piante mi vengono incontro e mi dicono:
«Tu, lo sappiamo, nulla puoi fare per noi.
Ma se vorrai entreremo nella tua stanza,
rami e radici fra le carte avranno scampo».

Ho detto di sì a quella loro domanda
e il gregge di foglie ora è qui che mi guarda.
Con le foreste riposerò e le erbe sfinite,
vinte innumerabili armate che mi difendono.

(Da Composita solvantur, Einaudi, 1994)

lunedì 27 marzo 2017

Ciò che resta del grano (Michela Zanarella)

Vincent van Gogh, "The Siesta" (after Millet), Dec. 1889 - Jan. 1890. Oil on canvas, 73 x 91 cm (Musée d'Orsay, Paris)

Planano le dita
in trame di odori
sotto palpebre di pianura.
Il faggio racconta
le mie verdi assenze,
il silenzio che sale
ad invocare
memoria che sfuma.
Sono divenuti sorsi
di cielo
il confine che tace,
l'asfalto che trema,
l'origine che origlia
ciò che resta
del grano.

(da Le parole accanto, Interno Poesia, 2017)

lunedì 20 marzo 2017

Egrette bianche (Derek Walcott)



I

Attento alla luce del tempo e a quanto spesso permetterà
alle ombre del mattino di allungarsi sul prato
alle egrette impettite di scuotere i becchi e inghiottire
quando tu, non loro, o tu e loro, sarete spariti;
ai pappagalli vociferanti di lanciare la loro flotta all’alba
all’aprile d’incendiare la violetta africana
nel mondo tambureggiante che t’inumidisce gli occhi stanchi
dietro due lenti appannate, l’alba, il tramonto,
le calme devastazioni del diabete.
Accetta tutto con frasi pacate,
con l’assegnazione scolpita che dispone ogni strofa;
impara come il prato assolato non innalza difese
contro le domande pungenti delle egrette e la risposta della notte.

II

L’eleganza di quelle egrette bianche dal becco arancione,
ognuna una brocca che incede, gli olivi fitti,
i cedri che consolano la furia di un ruscello torrenziale
nella stagione delle piogge; in quella pace
di là dai desideri e di là dai rimpianti,
alla quale infine potrò forse arrivare,
con le palme che si afflosciano al sole come portantine
con sotto ombre tigresche. Saranno lì
dopo che la mia ombra con tutti i suoi peccati
sarà entrata in una verde boscaglia di oblio,
con lo spuntare e il calare di cento soli
sopra la Valle di Santa Cruz quando amavo invano.

III

Guardo gli alberi enormi agitarsi sul bordo del prato
come un mare gonfio senza creste, i bambù scuotono il collo
come cavalli presi al lazo mentre le foglie gialle, strappate
dai rami scudiscianti, diventano una valanga;
tutto questo prima che una pioggia si riversi allarmante dal telo
zuppo, a brandelli del cielo come una vela irreparabile,
rovesciandosi in scrosci e offuscando del tutto le colline
come se l’intera valle fosse uno scafo che resiste alla burrasca
e i boschi non fossero alberi ma onde di un mare in tempesta.
Quando la luce s’incrina e il tuono geme come fosse afflitto
e tu sei al sicuro in una casa buia nell’interno di Santa
Cruz, senza luci, la corrente saltata all’improvviso,
pensi: «Chi offrirà riparo al falco tremante
e all’impeccabile egretta e all’airone color nube
e ai pappagalli in panico per il finto incendio dell’alba? ».

IV

Questi uccelli che continuano a posare per Audubon,
la Garzella nivea o l’Airone bianco in un libro
che, quand’ero ragazzo, si apriva come un prato
nella smeraldina Santa Cruz, sanno di essere belli,
perfezione che incede. Punteggiano le isole
lungo i fiumi, nelle paludi di mangrovie o nei pascoli,
planano sugli stagni, poi si equilibrano sul dorso
setoso di una giovenca, o sfuggono al disastro
durante gli uragani, e beccano le zecche
con colpetti elettrici come fosse un puro privilegio
studiarli nella loro mitica pretesa
di aver attraversato il mare in volo dall’Egitto
col faraonico ibis, le sue zampe e il becco arancioni
profilati nella quiete per adornare una cripta,
poi si lanciano con ali che, sbattendo più rapide,
sono sicure come quelle di un serafino quando sbattono.

V

L’ideale perpetuo è lo stupore.
Il prato verde e fresco, gli alberi tranquilli, la foresta
laggiù sulla collina, poi, il bianco ansito di un’egretta
che irrompe nella cornice poi atterra e si assesta
coi suoi passi impacciati fino a fermarsi, eretta,
un emblema! Un altro pensiero ti sorprende:
uno sparviero sul polso di un ramo, silenzioso, come un falcone,
schizza in cielo, volteggiando sopra l’elogio o la colpa,
con la tua stessa altera indifferenza, poi scende
in picchiata per ghermire un topo con gli artigli.
La pagina del prato e questa pagina sono un’unica cosa,
un’egretta stupisce la pagina, lo sparviero alto stride
sopra una cosa morta, un amore che era pura punizione.

VI

Per metà settimana a Natale non le avevo più viste,
le egrette, e nessuno mi diceva perché se n’erano andate,
ma ora sono tornate con la pioggia, becco arancione,
stinchi rosa e testa picchiettante, tornate sul prato
dove stavano prima sotto la pioggia chiara e illimitata
della Valle di Santa Cruz, che, quando piove, cade
ininterrotta sui cedri finché non annebbia la pianura.
Le egrette hanno il colore delle cascate
e delle nuvole. Alcuni amici, i pochi rimasti,
stanno morendo, ma le egrette incedono nella pioggia
come se nulla di mortale potesse toccarle, o prendono il volo
come angeli bruschi, si librano, poi atterrano ancora.
A volte le colline stesse scompaiono
come gli amici, lentamente, ma sono più felice
adesso che sono tornate, come i ricordi, come le preghiere.

VII

Con l’agio di una foglia che cade nella foresta,
un giallo pallido che rotea sul verde – la mia fine.
Presto verrà la stagione secca, le colline arrugginiranno,
le egrette affondano i colli ondulanti, chinandosi,
becchettando vermi e larve dopo la pioggia;
a volte erette come birilli da bowling, stanno lì
mentre strisce di ovatta si staccano dai monti,
poi quando si muovono, impacciate, muovono questa mano
con le dita allargate delle loro zampe, i colli rapidi.
Condividiamo lo stesso istinto, il vorace cibarsi
del becco della mia penna, quel raccogliere insetti
che si dimenano come nomi e ingoiarli, col pennino che legge
mentre scrive e scrolla via quello che il becco rigetta.
La selezione è ciò che insegnano le egrette
sul prato ampio e aperto, la testa che annuisce mentre leggono
in risoluto silenzio, una lingua al di là delle parole.

VIII

Eravamo accanto alla piscina di un amico a St. Croix
e Joseph e io parlavamo; fu lui che s’interruppe,
durante questa visita che speravo si godesse,
per indicare, trasalendo, non ferma o in movimento
ma fissa nel grande albero da frutta, una visione che lo scosse,
«sembra uscito da Bosch» disse. Quell’enorme uccello
era lì all’improvviso, forse lo stesso che lo prese,
un’egretta o un airone sepolcrale; la parola impronunciabile
era sempre con noi, come Eumeo, un terzo compagno,
e ciò che lo colpì, lui che amava la neve, ciò che lo fece arrestare
fu che l’uccello era di un tale biancore spettrale.
Ora quando al pomeriggio o di sera sul prato
le egrette si levano insieme in un volo silenzioso
o virano, come una regata, sull’erba verde mare,
sono anime serafiche, com’era Joseph.



(da “Egrette bianche”, Adelphi Edizioni, 2015,Trad. Matteo Campagnoli)


lunedì 13 marzo 2017

Prefazione (Czesław Miłosz)


Tu, che non ho potuto salvare,
ascoltami,
cerca di capire questo linguaggio semplice, mi vergognerei di un altro,

non possiedo, lo giuro, la magia della parola,
ti parlo tacendo, come una nuvola a un albero,

ciò che fortificava me, per te era mortale,
hai scambiato il congedo di un’epoca per l’inizio di una nuova,

l’afflato dell’odio per bellezza lirica,
la forza cieca per forma compiuta.

Ecco la valle dei bassi fiumi polacchi. E il ponte enorme
che avanza nella bianca nebbia. Ecco la città infranta
e il vento scaglia contro la tua tomba gli stridi dei gabbiani,
mentre parlo con te.

Cos’è la poesia che non salva
i popoli né le persone?
Una complicità di menzogne ufficiali,
una cantilena di ubriachi, a cui fra un attimo verrà tagliata la gola,
una lettura per signorinette.

Che volevo una buona poesia, senza esserne capace,
che ho capito, tardi, il suo fine salvifico,
questo, e solo questo, è la salvezza.

Spargevano sulle tombe miglio e semi di papavero
per nutrire i morti accorrenti in volo – gli uccelli,
depongo qui questo libro per te, o trascorso,
perché d’ora innanzi tu smetta di apparirci.



mercoledì 8 marzo 2017

Storia di Goccia (nanita)

Goccia vive in casa Nuvola insieme alle sorelle. Un giorno decide di affrontare il suo primo viaggio verso terra e si tuffa giù da casa Nuvola. Durante la caduta incontra Vento che le confida un segreto… Goccia atterra su uno splendido Fiore. Il freddo della notte la trasforma in ghiaccio, poi di nuovo al primo sole si scioglie e si trasforma in rugiada. La nostalgia di casa è grande e Goccia si lascia andare al sonno. Al mattino una nuova amica arriva nel bosco… Riuscirà Goccia a tornare a casa Nuvola? Un finale sorprendente unito alle illustrazioni coloratissime stupirà i bambini.


Vedi libro/acquista dal web 

La mia fiaba illustrata "Storia di Goccia" finalmente in un libro. Ve la ricordate? La prima volta l'ho pubblicata qui. Ora con le illustrazioni ad acquerello è un albo illustrato per bambini ... anche in formato  e-book.
per informazioni scrivetemi 

Libro: per bambini 
Età: dai sei anni
Autrice: n a n i t a
Editore: Librido
Genere: fiaba illustrata
Anno 2017
pp. 48
formato 15×21
13,00 euro
ISBN LIBRO    978-88-94005-00-7
ISBN E-BOOK 978-88-94905-01-4

Storia di Goccia è una fiaba che si rivolge a un pubblico di lettori dai sei anni ma è adatta ad essere letta da un adulto anche a bambini in età prescolare, le pagine sono, infatti, corredate tutte da illustrazioni colorate a tutto campo. La storia affronta con semplicità e in maniera poetica e divertente le tematiche del distacco, del viaggio, dei cambiamenti, della morte e delle trasformazioni fisiche e psichiche ma anche spirituali, con un messaggio finale positivo. Storia di Goccia si concentra sulle piccole cose per far riflettere su argomenti più grandi, porta l’attenzione sull’importanza che l’acqua riveste per tutti e offre uno spunto riflessivo sul ciclo di trasformazione dell’acqua in maniera divertente, giocosa, avventurosa e, a tratti, commovente.