lunedì 10 luglio 2017

Madre Terra: Le Sue Balene (Gary Snyder)




Un gufo strizza l’occhio nell’ombra
Una lucertola si alza sulle zampe, la gola palpitante
Un giovane passero allunga il collo,
testa grossa, osserva –

Le erbe al lavoro sotto il sole. Fate che sia verde.
Fate che sia dolce. Perché possiamo mangiare.
Crescere la nostra carne.

Il Brasile dice “utilizzo esclusivo delle Risorse Naturali”
Trentamila specie di piante sconosciute.
Il popolo vivo e vero della giungla
venduto e torturato –
E un robot incravattato che smercia un’illusione chiamata “Brasile”
può parlare per loro?

Le balene si girano lucenti, si immergono
si lasciano andare e riemergono,
Sospese sopra profondità indefinite sempre più scure
Fluenti come pianeti che respirano
in vortici brillanti di
luce viva –

E il Giappone lì a cavillare su
quali specie di balene è lecito ammazzare?
Una nazione dal luminoso passato Buddhista
lì a sbrodolare metilmercurio
come gonorrea
in mare.

Il Cervo di Père David, l’Elaphure,
Viveva nei giuncheti fangosi del Fiume Giallo
Duemila anni fa – e fu sfrattato dal riso –
Le foreste di Lo-yang tagliate, limo e
Sabbia fluiti a valle, tutto già sparito, dal 1200 d.C. –
Le Oche Selvatiche nate in Siberia
vanno a sud sorvolando il bacino dello Yang, dello Huang,
quella che chiamano “Cina”
Su rotte usate da un milione di anni.
Oh Cina, dove sono le tigri, i cinghiali,
le scimmie,
come le nevi d’altri tempi
Spariti nella nebbia, in un lampo, e la terra secca e dura
Fa da parcheggio a cinquantamila camion.
È l’uomo la più preziosa fra tutte le cose?
– e allora amiamolo, con i suoi fratelli, tutti quegli
Esseri viventi che scompaiono –

Nord America, Isola della Tartaruga, conquistata da invasori
guerrafondai del mondo.
Che insorgano formiche, abaloni, lontre, lupi e cervi!
E tolgano i loro doni
alle nazioni robot.

Solidarietà. Il popolo.
Il Popolo Ritto degli Alberi!
Il Popolo che Vola degli Uccelli!
Il Popolo che Nuota del Mare!
Il popolo a quattro gambe, a due gambe!

Come possono scienza-politici mangia-potere teste-di-piombo
Governo due-mondi Capitalista-Imperialista
Terzo-mondo Comunista maschio ammucchia-carte
Non-contadino jet-set burocrati
Parlare per il verde della foglia? Parlare per la terra?

(Ah Margaret Mead… sogni qualche volta Samoa?)

I robot discutono su come lottizzare nostra Madre Terra
Farla durare un po’ più a lungo
come avvoltoi che starnazzano
Ruttando, gorgogliando,
vicino a una Daina morente.
“Laggiù nel prato giace un cavaliere ucciso –
Voliamo su di lui e mangiamo i suoi occhi
trallallero trallallà.”

Un gufo strizza l’occhio nell’ombra
Una lucertola si alza sulle zampe
la gola palpitante
Le balene si girano lucenti
si immergono
Si lasciano andare e riemergono
Fluenti come pianeti che respirano

In vortici brillanti

Di luce viva.

(Stoccolma: Solstizio d’Estate 40072)

*****

(tratto da The Gary Snyder Reader © Gary Snyder 1999,Traduzioni: Etain Addey, Elena Avanzini, Maurizio Castellucci, Alessandro Curti, Jacqueline Fassero, Giuseppe Moretti, Stefano Panzarasa)

lunedì 19 giugno 2017

Quando non piove (Lorenzo Spurio)

Arcimboldo- Flora meretrix
Un poeta è un giardiniere, essere che si prende cura delle parole, le semina, le interra, attende con pazienza la pioggia, spera nel sole, teme il gelo. Ha il suo fazzoletto di terra dove parla a un pubblico di foglie e spera nel vento che le porti altrove, nel viaggio del seme, nel fiore della bellezza. Un poeta che parla al suo giardino e scrive al suo giardino una lettera ha nel suo scrivere ben più d'una speranza. Lo fa Lorenzo Spurio nella sua plaquette Tra gli aranci e la menta dedicata a F. Garcia Lorca, poeta tellurico per eccellenza, e poi continua con la poesia, scrive ancora al giardino (vero) di piante officinali che coltiva con passione e pazienza. Pianta semi di borraggine e attende la nascita del suo germoglio... (nanita)

Pianterò la borragine
un giorno di luce, che non piove.
Cercherò nel seme fino e sperduto
la lanugine che lo arricchirà.
Penso di addolcire l’aria che gira
col verde delle foglie che pendono
e l’odore che arriva di freschezza.
Solo tuo, tu che parti nascendo
nel terreno misto/nella vita che instillo
allorché i petali violacei
agghinderanno il tuo abito d’inverno.
Non s’ha da forzare il tempo dei cicli;
io so che l’aria è motivo d’ossido
nel metallo che s’arriccia a scaglie.
Ecco, allora, che non ha da piovere:
se interro il seme della futura vita
la melma non s’ha da creare
meglio sperare nel sorvolo cauto
di file di nuvole, lunghe come vassoi
dove non appoggi più nulla.
La miscela degli odori si compirà
lì, tra l’abete cagionevole che ancora
tossisce e solerte ingorda lo spazio
e la testa arruffata del timo
che sbalza coi refoli d’aria.
Al limitare del muricciolo,
scacchiera infinita per api,
nelle foglie-coperta rifulgi.
La malva deporrà la corona.

(Poesia tratta da Pareidolia, silloge inedita)

Si ringrazia l'autore per la gentile concessione alla pubblicazione del suo testo inedito.

Pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633 e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore. Poesia protetta dai diritti d'autore.


Arcimboldo- Flora meretrix, particolare 

lunedì 12 giugno 2017

Estate (Pavol Janik)







Il sole picchia sui vetri.
Una canzone martellante ci raggiunge dalla strada.

In un cielo di cellophane
il vapore si condensa.
Delle indiscrezioni vengono riprodotte
dal vento.

Gli alberi sono i primi ad iniziare a parlare
di noi.

(traduzione in italiano di Michela Zanarella)

SUMMER

The sun smashes our windows.
An urgent song reaches us from the street.

On the cellophane sky
steam condenses.
Unconfirmed reports are reproduced
about the wind.

The trees are the first to begin to talk
about the two of us.

(1981)
(Translated into ENGLISH by James Sutherland-Smith)



lunedì 5 giugno 2017

Alberi (Federico García Lorca, 1919)




Alberi,
eravate frecce
cadute dall'azzurro?
Che terribili guerrieri vi scagliarono?
Sono state le stelle?

Le vostre musiche vengono dall'anima degli uccelli,
dagli occhi di Dio,
da una perfetta passione.
Alberi!
Le vostre radici rozze si accorgeranno
del mio cuore sotto terra?

*****************************

Arboles


¡Arboles!
¿Habéis sido flechas
caídas del azul?
¿Qué terribles guerreros os lanzaron?
¿Han sido las estrellas?

Vuestras músicas vienen del alma de los pájaros,
de los ojos de Dios,
de la pasión perfecta.
¡Arboles!
¿Conocerán vuestras raíces toscas
mi corazón en tierra?

da LIBRO DE POEMAS (1918/1920)




mercoledì 31 maggio 2017

Albore (Evgenij Aleksandrovic Evtusenko)


Amo quell'ora in cui il brillio delle stelle è fioco
e respiro infantile a spegnerle è adatto
e il mondo si fa chiaro, a poco a poco
pur se con ciò, non insavisca affatto.

Io più del mattino amo l'albore, quando,
moscerino d'oro confondendo
gli alberi, dai raggi trapassati,
si alzano sulla punta dei piedi.

Amo quell'ora in cui, durante la sgambata,
al vociare di uccelli semidesti, tra i pini,
sul cappello di funghi gridellini
tremola lungo il bordo la rugiada.

Essere un po' a disagio felice senza gente.
Scaltra usanza il celare la propria felicità, ma
fate che si soffermino i felici nell'albore, pure se
dal mattino avrà inizio ogni calamità.

Sono felice che la vita mia come irreale sia
pur tuttavia allegra, coraggiosa realtà,
che invidia non mi diede Dio, né animosità,
che di fango coperto non sono, né di biasimo.

Sono felice che un giorno sarò antenato
di nipoti non più in gabbia. D'essere stato
tradito e calunniato sono felice,
meglio non è quando di te si tace.

Sono felice dell'amore di donne e di compagni,
le loro immagini sono le mie icone.
Che sia ragazza russa la mia sposa sono felice,
di chiudere i miei occhi è degna, ne avrò pace.

Amare la Russia è felicità plurinfelice.
Cucito a lei sono con le mie proprie fibre.
Amo la Russia e il suo potere tutto vorrei amare,
ma ne ho la nausea, vogliatemi scusare.

Amo questo mio mondo verde-azzurro
con le guance imbrattate di sangue.
Irrequieto io stesso. Morirò non per odio,
ma per amore insostenibile dal cuore.

Non ho saputo vivere in modo irreprensibile, da saggio,
ma voi con debito di colpa rammentatevi
il ragazzino con albore di libertà negli occhi,
luminosa più che vivido raggio.

Essere imperfettissimo io sono,
ma, scelta la mia ora preferita - il primo albore,
Dio creerà di nuovo innanzi giorno
gli alberi dai raggi trapassati,
me stesso trapassato dall'amore.


(da"Arrivederci, bandiera rossa")

martedì 23 maggio 2017

È uno scrigno di perfezione – il seme – (Mariangela Gualtieri)


È uno scrigno di perfezione – il seme –
Non tradisce il motto che lo fonda
la legge che gli impone
d’essere un nome solo: orzo
frumento, grano, riso,
un’agitazione di forme che condensa
sapiente il colore e l’aroma.
Il seme è una miccia inesplosa
che pacifica attende.
Una particella che sogna
addormentata. E poi
si slancia scatenata a popolare di sé
tutta la terra ogni crepa e riva
in una gioia d’essersi svegliata.
D’essere qui, caduta sul pianeta
meraviglia.

(da Le giovani parole, Gemma dell'anno prossimo, Einaudi, 2015)

lunedì 15 maggio 2017

Poesie d'amore per un albero (Giovanna Iorio)

fotografia di Giovanna Iorio

Un giorno mi sono innamorata di un albero. Non si può spiegare a chi non l’ha provato. Sono diventata una radice, una foglia, un ramo. È un amore impossibile e bellissimo. Questa è la nostra storia. (Giovanna Iorio)

Chi non crede che ci si possa innamorare di un albero non legga questo libro, non legga questo blog. In questo spazio l'amore per gli alberi è declinato in milioni di versi. Grazie Giovanna per averci mostrato questo sentimento fragile ma potente ...

Quello descritto nei versi di Giovanna Iorio è un amore commovente, un amore impossibile e imperfetto, come solo quello di un essere umano per un albero può essere e perciò tanto più vero. Questa è una poesia che ha il calore delle favole, una poesia materna, di accoglimento del sentimento, quella poesia talmente rara da avvicinarsi così tanto alla verità da spaventare. Esistono sentimenti delicati dei quali sembrerebbe impossibile parlare, eppure, ecco un piccolo miracolo, un germoglio è spuntato all'improvviso sul ramo di un albero. E noi siamo tutto udito. (Valentina)


fotografia Alan Bates

fotografia di Silvia Stucky

fotografia di Giovanna Iorio



Le fotografie all'interno del libro sono di: Silvia Stucky, Hitoshi Shirota, Alan Bates, Patricia Calabria, Giovanna Iorio, Oskar Zapirain, Michele Danesi.Il libro è edito da Albeggi Edizioni





giovedì 4 maggio 2017

Nel mio frutteto (Fabio Strinati)

Henri Rousseau "Il sogno"

La raffica del vento,
soffice,
non vacilla: la zampa del lupo,
come pioggerella,
tra comunelle il cremoso vento.
Il solco nella ruga,
e duole,
e pure un cane ringhioso,
una beccaccia;
nuda, sola, che avanza alla mercè e non scampa:
il cane da caccia,
che stormivano rugiade,
il colpo lordo in canna.
Un salice felice,
vispo, melodioso il vento, focoso il ceppo,
trilla l'armonica;
un rivoletto,
sotto il sole coperto,
benemerito mare, infinitamente,
un'allodola d'oro.
Fuori casa il gatto, lo scricciolo,
la primizia d'una gioia,
scocca la balestra, una cornacchia vostra serva:
nebbia opaca, le perenni nevi severe,
fanciullina con la gonna a malincuore; le tiritere.
Nel mio frutteto,
squisitissima puledra: il giovinetto di creta,
la parlantina d'un balletto;
poca la paglia,
da galantuomo, un'ala di pernice.


( Da Un'allodola ai bordi del pozzo )

lunedì 17 aprile 2017

Ho infilato a un ramo una poesia (Evgenij Aleksandrovič Evtušenko)

Omikuji in kyoto

Ho infilato a un ramo
una poesia,
che lotta
e non si lascia afferrare
dal vento
Mi chiedi:
“Sfilala, non scherzare.”
La gente passa.
Guarda
si stupisce.
L’albero brandisce
la poesia.
Non dobbiamo discutere.
Dobbiamo proseguire
“Ma non te la ricordi”-
È vero però domani te ne scriverò una nuova.
Vale agitarsi per una simile sciocchezza!
Non pesa certo al ramo la poesia.
Te ne scriverò
quante vorrai.
“Per ogni albero-
una poesia!”
Ma più avanti come saremo?
Questo forse presto lo dimenticheremo?
No,
se andando avanti diverrà difficile,
ci sovverrà
di dove,
in piena luce,
un albero brandisce
una poesia,
e sorrideremo:
“Dobbiamo proseguire”

(1955) da “Poesie d’Amore”, Newton Compton, trad. Evelina Pascucci


lunedì 10 aprile 2017

Chiamo la neve come un bambino (Ida Travi)








Chiamo la neve come un bambino, Usov

la neve è un bambino con la testa rossa

è un parente lontano, un orso

Chiamo la neve e lei viene

obbedisce, tutto zittisce, nel nuovo nulla

Sotto il grembiule nero, dorme

la maglia bianca, sotto la cinta di fuoco

brilla il tuo campo nero

là sotto, là sotto…

Dove è caduta la goccia, dove

dal nulla spunta

la candida foglia verde.


(Da "Katrin Saluti dalla casa di nessuno", Moretti&Vitali,  2013)

lunedì 3 aprile 2017

Le piccole piante (Franco Fortini)







Le piccole piante mi vengono incontro e mi dicono:
«Tu, lo sappiamo, nulla puoi fare per noi.
Ma se vorrai entreremo nella tua stanza,
rami e radici fra le carte avranno scampo».

Ho detto di sì a quella loro domanda
e il gregge di foglie ora è qui che mi guarda.
Con le foreste riposerò e le erbe sfinite,
vinte innumerabili armate che mi difendono.

(Da Composita solvantur, Einaudi, 1994)

lunedì 27 marzo 2017

Ciò che resta del grano (Michela Zanarella)

Vincent van Gogh, "The Siesta" (after Millet), Dec. 1889 - Jan. 1890. Oil on canvas, 73 x 91 cm (Musée d'Orsay, Paris)

Planano le dita
in trame di odori
sotto palpebre di pianura.
Il faggio racconta
le mie verdi assenze,
il silenzio che sale
ad invocare
memoria che sfuma.
Sono divenuti sorsi
di cielo
il confine che tace,
l'asfalto che trema,
l'origine che origlia
ciò che resta
del grano.

(da Le parole accanto, Interno Poesia, 2017)

lunedì 20 marzo 2017

Egrette bianche (Derek Walcott)



I

Attento alla luce del tempo e a quanto spesso permetterà
alle ombre del mattino di allungarsi sul prato
alle egrette impettite di scuotere i becchi e inghiottire
quando tu, non loro, o tu e loro, sarete spariti;
ai pappagalli vociferanti di lanciare la loro flotta all’alba
all’aprile d’incendiare la violetta africana
nel mondo tambureggiante che t’inumidisce gli occhi stanchi
dietro due lenti appannate, l’alba, il tramonto,
le calme devastazioni del diabete.
Accetta tutto con frasi pacate,
con l’assegnazione scolpita che dispone ogni strofa;
impara come il prato assolato non innalza difese
contro le domande pungenti delle egrette e la risposta della notte.

II

L’eleganza di quelle egrette bianche dal becco arancione,
ognuna una brocca che incede, gli olivi fitti,
i cedri che consolano la furia di un ruscello torrenziale
nella stagione delle piogge; in quella pace
di là dai desideri e di là dai rimpianti,
alla quale infine potrò forse arrivare,
con le palme che si afflosciano al sole come portantine
con sotto ombre tigresche. Saranno lì
dopo che la mia ombra con tutti i suoi peccati
sarà entrata in una verde boscaglia di oblio,
con lo spuntare e il calare di cento soli
sopra la Valle di Santa Cruz quando amavo invano.

III

Guardo gli alberi enormi agitarsi sul bordo del prato
come un mare gonfio senza creste, i bambù scuotono il collo
come cavalli presi al lazo mentre le foglie gialle, strappate
dai rami scudiscianti, diventano una valanga;
tutto questo prima che una pioggia si riversi allarmante dal telo
zuppo, a brandelli del cielo come una vela irreparabile,
rovesciandosi in scrosci e offuscando del tutto le colline
come se l’intera valle fosse uno scafo che resiste alla burrasca
e i boschi non fossero alberi ma onde di un mare in tempesta.
Quando la luce s’incrina e il tuono geme come fosse afflitto
e tu sei al sicuro in una casa buia nell’interno di Santa
Cruz, senza luci, la corrente saltata all’improvviso,
pensi: «Chi offrirà riparo al falco tremante
e all’impeccabile egretta e all’airone color nube
e ai pappagalli in panico per il finto incendio dell’alba? ».

IV

Questi uccelli che continuano a posare per Audubon,
la Garzella nivea o l’Airone bianco in un libro
che, quand’ero ragazzo, si apriva come un prato
nella smeraldina Santa Cruz, sanno di essere belli,
perfezione che incede. Punteggiano le isole
lungo i fiumi, nelle paludi di mangrovie o nei pascoli,
planano sugli stagni, poi si equilibrano sul dorso
setoso di una giovenca, o sfuggono al disastro
durante gli uragani, e beccano le zecche
con colpetti elettrici come fosse un puro privilegio
studiarli nella loro mitica pretesa
di aver attraversato il mare in volo dall’Egitto
col faraonico ibis, le sue zampe e il becco arancioni
profilati nella quiete per adornare una cripta,
poi si lanciano con ali che, sbattendo più rapide,
sono sicure come quelle di un serafino quando sbattono.

V

L’ideale perpetuo è lo stupore.
Il prato verde e fresco, gli alberi tranquilli, la foresta
laggiù sulla collina, poi, il bianco ansito di un’egretta
che irrompe nella cornice poi atterra e si assesta
coi suoi passi impacciati fino a fermarsi, eretta,
un emblema! Un altro pensiero ti sorprende:
uno sparviero sul polso di un ramo, silenzioso, come un falcone,
schizza in cielo, volteggiando sopra l’elogio o la colpa,
con la tua stessa altera indifferenza, poi scende
in picchiata per ghermire un topo con gli artigli.
La pagina del prato e questa pagina sono un’unica cosa,
un’egretta stupisce la pagina, lo sparviero alto stride
sopra una cosa morta, un amore che era pura punizione.

VI

Per metà settimana a Natale non le avevo più viste,
le egrette, e nessuno mi diceva perché se n’erano andate,
ma ora sono tornate con la pioggia, becco arancione,
stinchi rosa e testa picchiettante, tornate sul prato
dove stavano prima sotto la pioggia chiara e illimitata
della Valle di Santa Cruz, che, quando piove, cade
ininterrotta sui cedri finché non annebbia la pianura.
Le egrette hanno il colore delle cascate
e delle nuvole. Alcuni amici, i pochi rimasti,
stanno morendo, ma le egrette incedono nella pioggia
come se nulla di mortale potesse toccarle, o prendono il volo
come angeli bruschi, si librano, poi atterrano ancora.
A volte le colline stesse scompaiono
come gli amici, lentamente, ma sono più felice
adesso che sono tornate, come i ricordi, come le preghiere.

VII

Con l’agio di una foglia che cade nella foresta,
un giallo pallido che rotea sul verde – la mia fine.
Presto verrà la stagione secca, le colline arrugginiranno,
le egrette affondano i colli ondulanti, chinandosi,
becchettando vermi e larve dopo la pioggia;
a volte erette come birilli da bowling, stanno lì
mentre strisce di ovatta si staccano dai monti,
poi quando si muovono, impacciate, muovono questa mano
con le dita allargate delle loro zampe, i colli rapidi.
Condividiamo lo stesso istinto, il vorace cibarsi
del becco della mia penna, quel raccogliere insetti
che si dimenano come nomi e ingoiarli, col pennino che legge
mentre scrive e scrolla via quello che il becco rigetta.
La selezione è ciò che insegnano le egrette
sul prato ampio e aperto, la testa che annuisce mentre leggono
in risoluto silenzio, una lingua al di là delle parole.

VIII

Eravamo accanto alla piscina di un amico a St. Croix
e Joseph e io parlavamo; fu lui che s’interruppe,
durante questa visita che speravo si godesse,
per indicare, trasalendo, non ferma o in movimento
ma fissa nel grande albero da frutta, una visione che lo scosse,
«sembra uscito da Bosch» disse. Quell’enorme uccello
era lì all’improvviso, forse lo stesso che lo prese,
un’egretta o un airone sepolcrale; la parola impronunciabile
era sempre con noi, come Eumeo, un terzo compagno,
e ciò che lo colpì, lui che amava la neve, ciò che lo fece arrestare
fu che l’uccello era di un tale biancore spettrale.
Ora quando al pomeriggio o di sera sul prato
le egrette si levano insieme in un volo silenzioso
o virano, come una regata, sull’erba verde mare,
sono anime serafiche, com’era Joseph.



(da “Egrette bianche”, Adelphi Edizioni, 2015,Trad. Matteo Campagnoli)


lunedì 13 marzo 2017

Prefazione (Czesław Miłosz)


Tu, che non ho potuto salvare,
ascoltami,
cerca di capire questo linguaggio semplice, mi vergognerei di un altro,

non possiedo, lo giuro, la magia della parola,
ti parlo tacendo, come una nuvola a un albero,

ciò che fortificava me, per te era mortale,
hai scambiato il congedo di un’epoca per l’inizio di una nuova,

l’afflato dell’odio per bellezza lirica,
la forza cieca per forma compiuta.

Ecco la valle dei bassi fiumi polacchi. E il ponte enorme
che avanza nella bianca nebbia. Ecco la città infranta
e il vento scaglia contro la tua tomba gli stridi dei gabbiani,
mentre parlo con te.

Cos’è la poesia che non salva
i popoli né le persone?
Una complicità di menzogne ufficiali,
una cantilena di ubriachi, a cui fra un attimo verrà tagliata la gola,
una lettura per signorinette.

Che volevo una buona poesia, senza esserne capace,
che ho capito, tardi, il suo fine salvifico,
questo, e solo questo, è la salvezza.

Spargevano sulle tombe miglio e semi di papavero
per nutrire i morti accorrenti in volo – gli uccelli,
depongo qui questo libro per te, o trascorso,
perché d’ora innanzi tu smetta di apparirci.



mercoledì 8 marzo 2017

Storia di Goccia (nanita)

Goccia vive in casa Nuvola insieme alle sorelle. Un giorno decide di affrontare il suo primo viaggio verso terra e si tuffa giù da casa Nuvola. Durante la caduta incontra Vento che le confida un segreto… Goccia atterra su uno splendido Fiore. Il freddo della notte la trasforma in ghiaccio, poi di nuovo al primo sole si scioglie e si trasforma in rugiada. La nostalgia di casa è grande e Goccia si lascia andare al sonno. Al mattino una nuova amica arriva nel bosco… Riuscirà Goccia a tornare a casa Nuvola? Un finale sorprendente unito alle illustrazioni coloratissime stupirà i bambini.


Vedi libro/acquista dal web 

La mia fiaba illustrata "Storia di Goccia" finalmente in un libro. Ve la ricordate? La prima volta l'ho pubblicata qui. Ora con le illustrazioni ad acquerello è un albo illustrato per bambini ... anche in formato  e-book.
per informazioni scrivetemi 

Libro: per bambini 
Età: dai sei anni
Autrice: n a n i t a
Editore: Librido
Genere: fiaba illustrata
Anno 2017
pp. 48
formato 15×21
13,00 euro
ISBN LIBRO    978-88-94005-00-7
ISBN E-BOOK 978-88-94905-01-4

Storia di Goccia è una fiaba che si rivolge a un pubblico di lettori dai sei anni ma è adatta ad essere letta da un adulto anche a bambini in età prescolare, le pagine sono, infatti, corredate tutte da illustrazioni colorate a tutto campo. La storia affronta con semplicità e in maniera poetica e divertente le tematiche del distacco, del viaggio, dei cambiamenti, della morte e delle trasformazioni fisiche e psichiche ma anche spirituali, con un messaggio finale positivo. Storia di Goccia si concentra sulle piccole cose per far riflettere su argomenti più grandi, porta l’attenzione sull’importanza che l’acqua riveste per tutti e offre uno spunto riflessivo sul ciclo di trasformazione dell’acqua in maniera divertente, giocosa, avventurosa e, a tratti, commovente.

lunedì 6 marzo 2017

Nei boschi dove molti fiumi scorrono (Lawrence Ferlinghetti)


fotografia Fan Ho

§

Nei boschi dove molti fiumi scorrono
tra le colline non sottomesse
e i campi della nostra infanzia
dove covoni e arcobaleni si fondono nel ricordo
anche se i nostri «campi» erano strade
rivedo ancora sorgere quelle miriadi di mattine
in cui ogni cosa vivente
proiettava la propria ombra nell’eternità
e per tutto il giorno la luce
come di primo mattino
con quelle sue ombre nette che adombravano
un paradiso
che mi ero a malapena sognato
e a malapena sapevo pensare
a quest’oggi dalla barba incolta
con i suoi corvi beffardi
che prendono il volo da alberi secchi
e gracchiano e stridono
e mettono in dubbio ogni altra
primavera e cosa

IN WOODS WHERE MANY RIVERS RUN

In woods where many rivers run
among the unbent hills
and fields of our childhood
where ricks and rainbows mix in memory
although our ‘fields’ were streets
I see again those myriad mornings rise
when every living thing
cast its shadow in eternity
and all day long the light
like early morning
with its sharp shadows shadowing
a paradise
that I had hardly dreamed of
nor hardly knew to think
of this unshaved today
with its derisive rooks
that rise above dry trees
and caw and cry
and question every other
spring and thing

lunedì 27 febbraio 2017

Il confine del vento (Paolo Polvani)

Il Vento di Vincent van Gogh


Questa campagna esatta e laboriosa tenere tra le braccia,
masticarla piano, assaporare tra i denti una gioia
assoluta e senza credi, diventare lo sguardo fisso delle vigne,
essere i sentieri che corrono a perdifiato tra gli ulivi, vene
che ingurgitano i verbi della luce, la grammatica breve
degli insetti, le vite infinite e sconosciute, le chiome
nebulose dove si frange il volo della gazza, le aperte
geometrie, se potessi questa terra ingoiarla, digerirne
le masserie lucide di calce e di silenzi, essere il brusio
delle finestre, il richiamo misterioso dei pozzi, se potessi
essere la memoria di tutti i fili d’erba, essere io lo sguardo
il suono, il confine del vento.

da Compagni di viaggio, ediz. Fonema, Perugia 2009

lunedì 20 febbraio 2017

Cedri (Meira Delmar)

cedro di La Morra (Piemonte) fotografia di Francesco Rava


I miei occhi di bambina videro
– già molti anni addietro – elevarsi
fino alle nuvole un volo
di verde progressivo
che l’aria intorno
riempiva di balsamo
con tranquilla insistenza.

Il silenzio si percepiva come una
musica interrotta all’improvviso,
e nel mio petto cresceva
lo stupore.
La voce del padre, allora,
si piegò al mio orecchio
per dirmi, sottovoce:

“Sono i cedri del Libano
figlia mia.
Da mille anni, forse
da due volte mille, essi crescono
ai piedi di Dio.
Conserva la loro immagine
nella mente e nel sangue.
Non dimenticare mai
che hai osservato da vicino
la Bellezza”.
E da quel momento
così lontano,
qualcosa in me si rinnova
e trema
quando incontro nelle pagine
di un libro
la loro memorabile immagine.

lunedì 13 febbraio 2017

Odo ancora la tua voce (Paul Éluard)

Pietro Ciafferi (1600-54)

Ama ama
E tu ti sentirai divenire come quercia
Sarà tua ombra il bosco
Uccelli e stelle sul capo ti si poseranno
Tu dormirai solo in un altro sonno
Pupille senza sonno veglieranno sulle tue
Tu sarai come pazzo all'idea della gioia
Tu le rame del sole prenderai tra le braccia


(da Egolios)

Paesaggio in movimento (Hilde Domin)


Si deve saper andare via
e tuttavia essere come un albero:
come se le radici rimanessero nel terreno,
come se il paesaggio si muovesse e noi restassimo fermi.
Si deve trattenere il fiato,
finché si calma il vento
e l’aria estranea inizia a girarci intorno,
finché il gioco di luci e ombre,
di verde e di blu,
crea gli antichi disegni
e siamo a casa,
ovunque essa sia,
e possiamo sederci e appoggiarci,
come se fossimo alla tomba
di nostra madre.

lunedì 6 febbraio 2017

Certi alberi vicini alle case ( Mariangela Gualtieri )


Certi alberi vicini alle case
sostano in una pace inclinata
come indicando come chiamando
noi, gli inquieti, i distratti
abitatori del mondo. Certi alberi
stanno pazientemente. Vicini
alle camere nostre dove gridiamo
a volte di uno stare insieme
che ha dentro la tempesta
noi che devastiamo facce care
per una legge di pianto.

( da BESTIA DI GIOIA, Giulio Einaudi Editore, Torino 2010)

lunedì 30 gennaio 2017

Whitman ha perso le foglie (Giuseppe Manitta)

illustrazione di Song Of My Self da Allen Crawford


Whitman ha perso le foglie,
ha bruciato cieli di carta
per le strade.
L’upupa è sotto gli archi
e il muschio chiede silenzio.
Distante, la bambina blu
seduta sotto la quercia.
«Non bere dal pozzo,
l’acqua è sporca di ricordi,
le folaghe sono morte,
non parlano più di ombre,
ma agitano le ali,
per salutare la neve».
È inverno.
La luna
cade dalle stille dell’alloro,
parla di sorrisi
e osserva.
La bambina blu è fuggita.
Non tornerà più.

(Poesia edita sulla rivista “Il Convivio”, 2016.
Dalla silloge inedita “Gli occhi non possono morire”)

lunedì 23 gennaio 2017

Dunque c’è la luce (Chandra Livia Candiani)


Catrin Welz-Stein


Dunque c’è la luce
e ogni foglia è attaccata al ramo
con esatto amore
e ogni foglia in orario
lascia il ramo
con audace resa
e ogni uscire dalla soglia
del corpo è ricevuto
con unanime benvenuto
da quella scienza della gioia
che proprio ora proprio qui
riempie il foglio di ghirigori
per dirti che dunque
la luce c’è.

( da Io con vestito leggero, Udine, Campanotto Editore, 2005 )

giovedì 19 gennaio 2017

[tra radici e rami] (Stefania Di Lino)

"Ho sognato un albero azzurro" di Stefania Di Lino, tecnica: pastelli acquarellabili su carta

Tutto accade / tra radici e rami / - e i rami a ben guardare sono invocazioni al cielo -/
tra la terra e il cielo / (e il tronco è un'eggregora che sale verticale)/
tutto è accaduto come oggi accade/ tra il sole e la luna / tra una stella e il suo dono /
e non sono i fianchi a muoversi / né le mani a cercare /ma è l'universo intero a roteare /
tra te e me / in questa ora fredda eppure dolce di gennaio,

lunedì 16 gennaio 2017

Olmo (Publio Virgilio Marone )

C.Lorrain, Paesaggio con Enea a Delo (1672)



Nel mezzo spande i rami, decrepite braccia,

un cupo immenso olmo ove a torme albergano,

si dice, i fallaci sogni che alle foglie sono sospesi.


(Da: "Eneide", VI, 282-284)

giovedì 12 gennaio 2017

Senryū auto-ironico

Ukiyo-e di Haruyo Morita

Haijin, povera!
contava le sillabe
senza un dito
[ n a n i t a ]

lunedì 9 gennaio 2017

Tu la notte io il giorno (Antonia Pozzi)


Tu la notte io il giorno
così distanti e immutevoli
nel tempo
così vicini come due alberi
posti uno di fronte all`altro
a creare lo stesso giardino
ma senza possibilità di
toccarsi
se non con i pensieri
Tu la notte io il giorno
tu con le tue stelle e la luna
silenziosa
io con le mie nuvole ed il
sole abbagliante
tu che conosci la brezza
della sera
ed io che rincorro il vento
caldo
fino a quando giunge il
tramonto
I rami divengono mani
tiepide
che si intrecciano
appassionate
le foglie sono sospiri
nascosti
le stelle diventano occhi di
brace
e le nuvole un lenzuolo che
scopre la nudità
La luna e il sole sono due
amanti rapidi e fugaci
e non siamo più io e te
siamo noi fusi insieme
nella completezza della luce
fioca
ondeggiante come la marea
in eterna corsa...
So cosa significa amore
quando il giorno muore

giovedì 5 gennaio 2017

Come bambini




sole d’inverno-
giocare con le onde
come bambini


[n a n i t a ]

Nei giardini di Suzhou


Pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633 e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.Poesia protetta dai diritti d'autore.

lunedì 2 gennaio 2017

D'inerzia (Beatrice Niccolai)

Silence_by_Greyguardian


Cercarmi.

Ecco a cosa avrei dovuto abituarmi.
Passare dentro al silenzio delle cose
per comprenderne il significato.

Assistere alla mia disfatta
per diventare arbusto isolato
lontano dal frastuono
dell’indifferenza.

Percepirmi fuori dall’ombra
costruirmi grembo nel deserto
e dissetare le mie radici
come fossi io
albero dei miei paesaggi.

Mi consola in tutto questo
la presenza di un sole che muore
solo per rinascere.

È in quel suo esercizio costante ed eterno,
la prova che di vita si può anche vivere
e d’inerzia, come rami nel vento,
danzare.

( da Futuro Interiore, stampato in proprio)